DOMENICANI

Provincia Romana di S. Caterina da Siena

Semplici parole sulla felicità

Le felicità è, in un senso lato, il principio teleologico di ogni persona, e anche se si è voluto identificarla con il semplice piacere, o i piaceri, volendola staccare dalla spiritualità e dal Divino, dal sacro e la società del benessere dell’era postmoderna-tecnotronica sprona a una completa identificazione tra gioia, piacere e felicità; dall’era axiologica e del pensiero pre-filosofico si è sempre legato il Divino e lo spirituale con la felicità e la storia del pensiero e la osservazione della realtà umana ha detto e ci dice con l’Aquinate che: essa sia lo scopo dell’esistenza, il fine a cui tutte le persone tendono (S. Th., I, 21, 4 c; 82,2 c; 75, 6c). Essa concentra tutte le nostre aspirazioni e ispira in noi la volontà di adoperarsi per la felicita’ degli altri.

 

Se ci affidiamo all’elemento etimologico la parola Felice è da riferire alla radice sanscrita: bhu (sucesivamente foe e poi in greco φύω [fyo]) con il significato di genero, produco, per arrivare al latino foelix, o felix: fecondo, fertile, ma anche soddisfatto, realizzato.

Nella Sacra Scrittura la felicità permea tutta la realtà e l’uomo; essa è presentata con vari topici (giardino, fonte d’acqua, il riso, la danza, l’incontro) indica l’armonia e la pace dell’essere con se stesso e con il Creatore e Provvidente Dio. La vita felice, la pace e l’abbondanza di beni si presentano come ricompensa di un vivere giusto, obbediente e santo (Dt 28,1. 3-5). Nelle Beatitudini, la magna charta del Nuovo Testamento, Gesù fa presente la volontà di Dio di guidare gli uomini alla felicità. Questo messaggio che è già presente nei profeti, dove Dio è vicino ai poveri e agli emarginati e dona loro la giustizia e la libertà viene ratificato ed enfatizzato tanto da intendere chiaramente la felicità come il processo, il cammino verso Gesú e da Gesù al mondo: sequela Christi ad intra e ad extra.

Generalizando un poco possiamo riferirci al pensiero orientale sulla la felicità come il risultato dell’equilibrio e l’incontro tra due princìpi e di una azione ponderata, costruttiva e pacifica:è la conquista e l'esercizio di una pratica quotidiana, difficile ma possibile: conoscere se stessi, capire le ragioni degli altri, aprirsi al diverso e guardare le cose in modo nuovo (Dalai Lama, L’Arte della Felicità).

Nella sponda occidentale ben sappiamo che nel pensiero greco antico la felicità (eudaimonìa: da eu, buono, bene e dàimon, demone, potere divino: il destino favorevole derivante dalla volonta’ di Dio) ha sempre coinciso con il fine ultimo a cui l’uomo e l’umanita’ sono attratti.Socrate, Platone, Aristotele, gli stoici, Epicuro e gli scettici hanno interpretato il tema della felicità come camino alla ricerca della Verita’ e della giustizia dell’essere, del Bene supremo, della virtù, della pace, della retta e onesta relazione nel sociale-politico, senza dimenticare che lo Stagirita e l’Aquinate hanno posto il il fine supremo e la felicita’ ultima dell’essere umano nella contemplazione, che trova la sua meta e plena realizzazione nella relazione intima con la realta’ sopranaturale: conoscere la prima verità che è Dio, è il fine ultimo dell’uomo (San Tommaso d’Aquino, Contra Gentiles, Libro III, capitoli 25 e 37).

giorgio pittalis2   fr. Giorgio Pittalis, O.P. Interessante è la prospettiva di Spinoza (1632 - 1677) L'amore che tende verso una cosa eterna e infinita, nutre l'anima di pura gioia, una gioia esente da tristezza; sicuramente la costruzione di un’etica della gioia e della libertà, che aiuta a ritenere la felicità non solo come principio umano, ma che trova la sua meta e piena realizzazione nella relazione intima con la realta’ sopranaturale.

Non possiamo non osservare che in alcuni spazi e tempi del cristianesimo, e della storia della Chiesa, come di altre esperienze culturali e religiose, il tema del piacere e della felicità sia stato presentato e vissuto come una distrazione davanti alle esigenze di una vita spirituale degna che apella alla sofferenze e alla fuga dal mondo e quindi un serio ostacolo alla religione e alla relazione con Dio; mentre ben sappiamo che in nessun modo Gesu’ di Nazaret ha voluto incapsulare la Buona Notizia (Lui stesso) in un quadro di mestizia, melanconia e sofferenza. Il Gesu’ del Vangelo è quello delle Beatitudini, della felicità, della belleza del dialogo, della pace, della serenità e che apre le menti e i cuori della persone a procurare la felicita’ e il bene per gli altri.

La felicità difatti si inserisce nel tema della simpatía e empatia, della compassione, della solidarietà e diviene opportunità di condivisione con il prossimo. Offrire la vita per gli altri è una forma di cercare e vivere la felicità: ci aiuta non solo a vivere la sua dimensione ad intra (contemplativa) altresì ci rende versati alla realtà, alla persona con le sue gioie e le sue prove.

Inviti a non fissarci solo sul nostro bene e sul nostro piacere, ma a essere estroversi, sono presenti nella cultura moderna e contemporanea, provenienti da voci laiche che impulsano a una nuova filantropia e umanità. Mi sembra opportuno citare questa descrizione della felicità di Bertrand Russell impiegata ne La Conquista della Felicità: la felicità sta nell’impegnarsi in attività costruttive e nell’apertura agli altri, senza ripiegarsi su se stessi: amare l’attività per se stessa, senza cadere nel rischio di essere peccatore, narcisista o megalomane.

L’auspicio, in un frangente dove la spinta al bene e alla felicità è presente e costante, è che ritornando a ispirarci al senso profondo che questo termine e questa realtà esprime si ritorni a includerla come elemento portante della corretta relazione con la propia coscienza, il proprio cuore e il cuore degli altri, la vita , la storia. Possa la felicità, usando questa bella espessione di Sant’Agostino: La felicità è desiderare quello che si ha, essere lo sprone di una vita bella, fresca, dinamica e generosa, nel segno della umanità vera e di una fede che in definitiva sempre cerca il bene … cerca Dio.

fr. Giorgio Pittalis O.P.

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