DOMENICANI

Provincia Romana di S. Caterina da Siena

Un libro da aprire e leggere continuamente

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” (Marcel Proust). Amo i libri, a partire dalla loro forma, dal profumo della carta, dalle copertine, dal fruscio delle pagine, per arrivare al tesoro che, molti di essi, contengono e offrono: l’armonia delle parole e la musicalità dei suoni, le storie e le esperienze. Un mondo fatto di creatività e bellezza, che realmente ti fa conoscere meglio te stesso, gli altri, la vita. Ma c’è un libro speciale che mi piace aprire e leggere continuamente.

Di questo libro parla Caterina da Siena nell’Orazione XI: “Tu, o Maria, se’ fatta libro nel quale è scritta la regola nostra”. Quale regola? Cristo, la Parola del Padre. Che è anch’egli “libro” (Cfr. S. Caterina da Siena, Dialogo CXLV, 1223; CLIV, 107): quel libro della carità su cui San Domenico studiava, giorno e notte. Le parole di questo libro sono scritte a caratteri grandi, direi proprio cubitali, sulla Croce, affinché non ci riesca difficile leggerle, anche se siamo ciechi (Cfr. S. Caterina da Siena, Lettera 225) o se abbiamo problemi di vista, a causa dell’occhio della nostra ragione, spesso offuscato dall’attaccamento a noi stessi più che a Dio, e della pupilla della nostra troppo piccola fede.

Questi due “libri”, Maria e Gesù, sono indispensabili e inscindibili nella “biblioteca” del nostro cuore di domenicani e, prima ancora, di cristiani; così come l’amore di Dio è inscindibile dall’amore del prossimo. Vorrei dirlo specialmente a una giovane che, tempo fa, mi parlava della sua fatica nel pregare il rosario, che trovava un po’ ostico. Vorrei dirle: leggi Maria, semplicemente. Guarda alla sua vita. In lei, nella sua esperienza, nel suo sì, tu troverai te stessa, i tuoi sogni, gli altri, i vicini e i lontani. In lei troverai il passato, il presente, il futuro. In lei troverai l’amore, perché in lei troverai Gesù, “fiore dolce” cresciuto nel “campo” di Maria (Lettera 144). In lei tu troverai la dignità dell’essere umano, di ogni essere umano, chiamato, in quanto tale, ad essere a immagine del suo Creatore, come uomo e donna, in Cristo e in Maria.

In lei è scritta la Via che, sola, conduce alla Vita e alla Verità. In lei che disse: “Eccomi, sono l’ancella del Signore. Sia fatto in me secondo la tua volontà, e non secondo quello che voglio io” (Lettera 38). Con queste parole Caterina legge e interpreta il sì di Maria: di lei che ha saputo vedere in tutto una “via di Dio”. Di fronte ad ogni evento della nostra esistenza, piacevole o faticoso, possiamo imparare la pazienza di Maria. Nel suo “Eccomi” è scritta la “regola nostra”, perché solo quando anche noi sappiamo accogliere i sentieri di Dio, nella nostra quotidianità, la Parola del Padre si fa carne in noi. E illumina la nostra strada, Lui che è la Luce del mondo. Con il suo “Eccomi”, Maria ci mostra che non basta scegliere il bene: la libertà sta nel scegliere quel bene particolare che Dio ha pensato per me. Perché lui “non vuole altro che il nostro bene” (Lettera 225). “Prendete l’affetto dolce di Maria: cioè cercate sempre l’onore di Dio e la salvezza delle anime” (Lettera 144). Questa è la “dottrina di Maria” che Caterina raccomanda a fra Raimondo, suo padre e figlio spirituale, perché egli la studi sempre dentro la cella del cuore (Lettera 104): “Fate che in tutto ricorriate a Maria, abbracciando la santa Croce” (Lettera 267). Così facendo, egli conoscerà la “smisurata carità” (Lettera 144) di Maria. mirella soro1   sr. Mirella Soro, O.P.Chi segue questa via ha “concepito nell’anima sua la divina grazia”. Quella grazia che trasforma completamente la persona e opera nel cuore e nel corpo una nuova creazione. E che sarà “partorita” negli altri attraverso la carità. Così fece Domenico, il predicatore della grazia, il "lume" dato dal Padre al mondo per mezzo di Maria (cfr. Dialogo CLVIII, 478-479).

Non è sempre facile, però, scorgere le vie di Dio. La vita umana è fatta anche di contraddizioni, momenti di buio e faticosa ricerca. È fatta di imprevisti, talvolta di delusioni, di strade oscure dove diventa difficile scorgere la luce e la presenza di Dio e dove si cammina al “lume di luna” o nella “notte del conoscimento di sé” (cfr. Lettera 104). Allora, l’esistenza dell’uomo è costellata anche di apparenti perdite o fallimenti, ed egli fa esperienza della propria fragilità e inadeguatezza. Paradossalmente, sono quelli i momenti in cui il Padre ci fa un po’ più simili a Gesù, rendendoci veramente fecondi (cfr. Lettera 104).

Caterina da Siena ebbe un’esperienza sconvolgente, indimenticabile e trasformante quando accompagnò un giovane uomo alla pena di morte: non poté strapparlo a quella sorte! Ma si fece vicina a lui e Niccolò di Tuldo, attraverso di lei, incontrò il Signore. “Sta meco, e non mi abbandonare. E così non starò altro che bene; e muoio contento” , le disse. Racconta la Santa al Beato Raimondo che il cuore di Tuldo "perdette allora ogni timore, e la faccia sua si trasmutò di tristezza in letizia; e godeva, esultava, e diceva: 'Onde mi viene tanta grazia, che la dolcezza dell’anima mia mi aspetterà al luogo santo della giustizia?' Vedete che era giunto a tanto lume, che chiamava il luogo della giustizia santo!”. Mentre attendeva il condannato nel luogo del supplizio, Caterina pregava: “E aspettai ivi con continua orazione e presenza di Maria” . Racconta ancora la Santa che Tuldo “teneva il capo suo in sul petto mio” (Lettera 273). Nel momento della decapitazione, il sangue dell’uomo si riversò sulla giovane donna senese che, in quel momento, entrò misticamente dentro il costato di Cristo e conobbe la sua infinita misericordia per ogni uomo. Conobbe il piano divino della redenzione, e che Egli era follemente innamorato della Sua creatura. Da quel momento, Caterina sempre avrebbe parlato, quasi ossessivamente, del Sangue. Dell’amore senza limiti di Dio per ogni uomo.

In Caterina si chiarifica la vocazione della donna ad essere nell’Ordine, nella Chiesa e nel mondo un vero e proprio canale di grazia. In quel momento drammatico, Caterina invoca Maria, “esca posta da Dio” per la vita e la salvezza delle persone (Cfr. Dialogo CXXXIX, 414-416). E lei stessa diviene una nuova Maria, quando accompagna al supplizio Tuldo, e condivide con lui la croce. In quella comunione e amicizia, la giovane donna senese scopre che solo nella comunione di “due o tre” (cfr. Mt 18,20) il Sangue di Cristo diventa efficace per la nostra vita: “Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (Cfr. 1 Giovanni 1,7).

Non possiamo illuderci di raggiungere le periferie del cuore di ogni persona del nostro tempo e di essere predicatori della grazia, senza "studiare" giorno e notte Cristo, scritto in Maria. Solo a questa sorgente inesauribile di grazia potremo attingere l’amore scambievole. Vivendo in loro, “diventando” loro, potremo fare esperienza di Chiesa, “assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù” (Atti 1,14). Allora, persino dentro il buio delle più profonde crisi e contraddizioni dell’esperienza umana, si farà strada lo splendore della Resurrezione di Cristo. Perché nell'esperienza della comunione reciproca diventiamo Chiesa, "sposa di Cristo", e in questa comunione vicendevole siamo purificati, guariti e salvati dal Sangue di Cristo, persino nelle situazioni più estreme. L’“eccomi” di Maria, allora, ci apre la via alla vita nuova che Cristo ci ha conquistato. Egli, infatti, ha vinto definitivamente le tenebre del mondo, come abbiamo cantato la notte della Veglia Pasquale: “O notte veramente gloriosa, che ricongiunge l’uomo al suo Dio” (Preconio Pasquale). Da Dio Padre, per mezzo di Cristo, la misericordia si riversa sul mondo intero e lo riconduce dentro l'abbraccio di Dio, nello Spirito Santo e nel sì di Maria, dolce “vasello d’umiltà” e libro in cui “è scritto il Verbo dal quale noi abbiamo la dottrina della vita” (Orazione XI).

sr. Mirella Caterina Soro, O.P.
Monastero Domenicano S. Maria della Neve e S. Domenico

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