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Riflessioni sulla guerra in Ucraina

A distanza ormai di più di tre mesi dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina quali riflessioni raccogliere a fronte di questa guerra nel cuore dell’Europa? Sostare e riflettere in questo momento ha una particolare importanza perché dopo la pandemia che pur continua e che ha segnato il mondo a livello globale rivelando l’interconnessione e l’esigenza di politiche comuni questa guerra costituisce un evento che rivela la regressione alla barbarie della violenza ed avrà profonde conseguenze sulla vita dell’umanità.

Una prima osservazione può meritare attenzione: questa guerra benché sia stata iniziata il 24 febbraio con una invasione ad un Paese libero senza alcuna legittimità a livello di diritto internazionale è stata preceduta da otto anni di una guerra che proseguiva dal 2014. Era iniziata a seguito dei sommovimenti in Ucraina (Euromaidan) che hanno portato ad un avvicinamento all’Unione Europa a cui seguì la rapida annessione della Crimea da parte della Federazione russa attuata con una occupazione militare e con un successivo referendum controllato dalle forze russe.

Quasi contemporaneamente il conflitto si estese con l’intervento russo nelle regioni orientali dell’Ucraina nella pianura del Don a sostegno dei ribelli filorussi che ha condotto alla costituzione di due regioni di Donetsk e di Lugansk autoproclamatesi indipendenti dal governo di Kiev. Guerra a bassa intensità veniva definita. Ed essa si è trascinata nel Donbass provocando sino al 2022 circa quindicimila morti in una regione in cui i confini sono labili, le distanze profonde, le differenze linguistiche, di cultura e tradizioni in atto da secoli. Gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015 sottoscritti dai rappresentanti di Russia, Ucraina e dell’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa (OSCE) che chiedevano il cessate il fuoco da entrambe le parti furono violati ripetutamente. E fu altresì violato da parte russa il Memorandum di Budapest del 1994 che prevedeva l’accettazione della rinuncia agli armamenti nucleari da parte dell’Ucraina e il riconoscimento della sovranità territoriale. Si è parlato di una guerra dimenticata, ai confini dell’Europa che non ha visto un intervento forte delle istituzioni europee per fermare le ostilità e giungere ad accordi di cessate il fuoco, ma si è perpetuata nell’indifferenza.
Al contrario, l’azione politica che doveva essere a guida di una situazione segnata da tensioni e ostilità è stata sopravanzata dall’azione della NATO che ha condotto negli anni a partire dal 1991 una strategia di espansione progressiva e di allargamento, senza affrontare la ricerca di vie alternative, approfondendo invece un confronto muscoloso tra potenze. Non è stata così considerata l’urgenza di una nuova configurazione degli equilibri mondiali con la garanzia di aree di neutralità tra grandi potenze nucleari e non sono state promosse azioni significative per concordare processi di disarmo. Anzi, al contrario, negli ultimi decenni la produzione di armi ha visto un incremento a livello globale e così il commercio di armi e sono stati sospesi accordi sul progressivo smantellamento degli arsenali nucleari. A partire dagli anni 2000 si è sempre più manifestato un progetto di controllo e di egemonia del presidente Putin rispetto ad ogni pretesa autonomistica di Paesi appartenenti alla dissolta Unione sovietica (ved. gli interventi miliari russi in Cecenia, in Georgia, in Siria e più recentemente in Kazakhistan) secondo una visione imperiale zarista e di sogno di ricostituzione dell’URSS nella percezione di dover recuperare il grande scacco della dissoluzione dell’URSS e la perdita di rilevanza del mondo russo nel governo mondiale. D’altra parte tale deriva di tipo imperialista ha trovato un occidente interessato principalmente a promuovere affari economici con la Russia in quanto potenza del gas e del petrolio segnata da profondi fenomeni di corruzione – denunciati a suo tempo dalla giornalista Anna Politkovskaja uccisa a Mosca nel 2006 - e dal potere economico degli oligarchi anziché orientare ad un nuovo assetto dei rapporti internazionali uscendo dalla logica della guerra. Gli interventi in armi della NATO in Serbia e Bosnia nel 1995, in Kosovo nel 1999, in Irak, in Libia, e in Afghanistan hanno costituito precedenti di violazione del diritto internazionale e non sono rimasti senza conseguenze devastanti in tutto il mondo.

L’attacco illegale in violazione di ogni principio di diritto internazionale all’Ucraina deciso da Putin e dal suo governo, sostenuto peraltro da un diffuso consenso generato dal controllo poliziesco e dalla durissima repressione di ogni voce dissidente all’interno della Federazione – da menzionare il controllo esercitato sulla stampa e sui mass media con chiusura di giornali e agenzie e la chiusura della Fondazione Memorial ONG per i diritti umani nel 2021 - ha visto una reazione orgogliosa, sofferta e corale del popolo ucraino, che ha trovato immediato sostegno e solidarietà da parte dei Paesi occidentali. Peraltro il processo di fornitura di armi e consulenza militare all’Ucraina era in atto da tempo soprattutto da parte degli USA e della NATO che aveva effettuato imponenti esercitazioni proprio in Ucraina. L’attacco russo ha visto gran parte dei Paesi occidentali uniti nel dare appoggio al governo Zelenski e ciò ha impedito quello che nei piani di Putin forse era stato pensato come un cambio di regime da attuarsi in tempi brevi e con modalità chirurgiche con la conquista di Kiev e l’installazione di un presidente e di un governo filorussi. Così non è stato e dopo una prima fase di aggressione combinata su più fronti a nord, a est e a sud si è assistito alla ritirata delle forze russe dalle zone limitrofe alla capitale Kiev – peraltro accompagnata da ritorsioni e atrocità compiute sulla popolazione civile - con un mutamento di strategia per concentrarsi in una campagna di lenta ma devastante conquista dell’intera regione del Donbass e della fascia meridionale del Paese che si affaccia sul Mar Nero, campagna nella quale la città di Mariupol è stata rasa al suolo insieme ad altre città mentre è ancora in atto l’assedio di Odessa e il blocco del Mar nero.

Appare tuttavia come il sostegno offerto dai paesi occidentali al governo Zelenski sia consistito soprattutto, oltre a finanziamenti, nella fornitura di armi, senza coinvolgimento diretto delle forze NATO che condurrebbe inevitabilmente la guerra a divenire uno scontro mondiale dagli esiti nemmeno immaginabili. Benché vi sia stata una presa di posizione concorde dell’Unione Europea che non si è divisa disintegrandosi come forse prevedeva Putin, tuttavia non sembra che siano state messi in atto tutti gli sforzi a livello diplomatico per giungere alla cessazione delle ostilità e contestualmente ad accordi che prevedano una mediazione uscendo dalla linea dell’intransigenza totale e quindi dello scontro fino alla fine.

Lo svolgersi degli eventi è stato raccontato da giornalisti inviati di quotidiani e agenzie che hanno sfidato rischi e disagi per attestare i fatti a fronte di una guerra che ha riproposto atrocità già viste nelle vicende belliche recenti dell’Irak, della Cecenia, dell’Afghanistan, della Siria. Questa è una guerra che ha coinvolto anche il versante mediatico con diffusione di false notizie e con un utilizzo senza scrupoli della propaganda in particolare da parte russa che ha presentato l’intervento come “operazione militare speciale” allo scopo di denazificare l’Ucraina e di fermare il genocidio della popolazione russa ad opera delle formazioni militari ucraine nella zona del Donbass. L’opera dei corrispondenti internazionali ha rivelato il lato autentico e terribile della guerra: i crimini perpetrati sulla popolazione inerme, le uccisioni sommarie, le torture, gli stupri, l’utilizzo dei civili come ostaggi ed esche per generare stragi ed accusare il nemico, la paura della povera gente, anziani e bambini, nell’essere costretti a vivere sotto le bombe per mesi in cantine e sotterranei, la privazione di ogni assistenza di tipo sanitario e umanitario, le distruzioni mirate delle case e delle abitazioni per terrorizzare e demoralizzare la popolazione, la devastazione delle infrastrutture indispensabili al lavoro e alla vita, i bombardamenti di scuole, ospedali, orfanotrofi, l’attacco a strutture civili e la distruzione dei depositi di cibo. Recentemente la guerra si è allargata dal fronte militare ad altri due ambiti che rivelano sempre più la pervasività della guerra contemporanea e la disumanizzazione a cui essa conduce. La strumentalizzazione degli sfollati e rifugiati è apparsa palese ed attuata in modo spregiudicato sulla pelle di persone inermi e in fuga usati quale arma per fare pressione e generare tensioni nei paesi verso cui queste si dirigono. Così pure il ricatto riguardo alle forniture di grano, bloccate dall’assedio dei porti e usate per ottenere vantaggi nel quadro degli conflitto: il cibo usato come arma sta già generando crisi umanitarie in altre regioni del mondo a causa della fame di intere popolazioni private di elementi indispensabili per l’alimentazione di base.

In questa crisi che sta conducendo ad un cambiamento degli equilibri geopolitici a livello mondiale benché si sia di fronte ad un attacco ingiustificato, illegale e atroce nei confronti di un Paese libero è apparsa l’impreparazione e l’insufficienza della presenza di istituzioni internazionali che possano proporsi come sedi di mediazione del conflitto e spazi di trattative con lo scopo di giungere ad un cessate il fuoco per por fine alla morte e alle sofferenze immani della popolazione, avviando elaborazione di accordi per la pace. Sin dagli inizi della guerra la politica dell’unione europea si è orientata ad un sostegno all’Ucraina, appiattendosi sulle linee stabilite dall’amministrazione USA nell’invio di armamenti e consulenze militari. Non ha sinora prevalso la ricerca determinata di una mediazione, e appare invece aggravarsi una posizione di scontro frontale che si delinea come una pericolosa deriva proprio per il rischio di una escalation del conflitto con utilizzo di armi devastanti sino a quelle nucleari. Così pure appare debole la capacità di mediazione da parte dell’ONU, bloccata dalle grandi potenze, che peraltro ha approvato una risoluzione di condanna dell’aggressione della federazione russa. La situazione si manifesta assai critica e peraltro ha manifestato l’urgenza di rafforzare e dare vita nel quadro geopolitico internazionale ad istituzioni multilaterali di mediazione per la risoluzione dei conflitti.

In tale quadro anche le chiese sono coinvolte. La situazione ha comportato all’aggravarsi di una crisi presente da tempo nei rapporti interni alle chiese ortodosse. Sono in atto processi che potranno svilupparsi in futuro in modi sorprendenti. Il patriarca di Mosca Kyrill, dopo un primo momento di silenzio, si è schierato a favore dell’invasione russa offrendo anche motivazioni a questa guerra da lui interpretati come uno scontro epocale e metafisico contro l’occidente da lui visto come un mondo di degrado morale che trova esemplificazione nel riconoscimento dei diritti degli omosessuali. Kyrill si è fatto sostenitore della politica di Putin secondo la linea della symphonia tra potere ecclesiastico e civile e ha ripreso aspetti della teoria del ‘mondo russo’, quale progetto di riunificazione di tutti coloro che appartengono alla tradizione di valori dell’ortodossia russa e difesa in contrasto con l’affermazione delle libertà e del pluralismo proprie dell’occidente. Ha anche evocato l’ideologia di Mosca come ‘terza Roma’ – secondo la formulazione di Filofej di Pskov nel XVI secolo - nella sua missione messianica da attuarsi nei confronti di tutto il mondo, con una condivisione della logica imperialistica che ritrova le sue radici nell’ideologia zarista e nell’orgoglio russo. La tensione già presente dal 2018 quando la chiesa ortodossa ucraina con il metropolita Epifanij era stata riconosciuta nella sua autocefalia dal patriarca Bartolomeo di Costantinopoli – provocando una grave crisi ecumenica e rottura dei rapporti con il patriarcato di Mosca - si è aggravata dopo l’aggressione russa. La chiesa ortodossa ucraina ha condannato in modo deciso l’invasione e Epifanij ha parlato nei termini di ripetizione del peccato di Caino che per gelosia uccise suo fratello, indicando questa guerra come fratricida tra popoli sorti dalle fonti battesimali del Dniepr. Ma accanto a tale voce si è accompagnata anche la condanna della chiesa ortodossa ucraina afferente al patriarcato di Mosca, con il suo metropolita Onufrij. Molti vescovi e preti di questa chiesa hanno smesso sin dagli inizi dell’invasione di citare il patriarca di Mosca nella preghiera eucaristica in segno di interruzione della comunione e nel Sinodo del 27 maggio us, che ha visto la partecipazione di vescovi e rappresentanti del clero e del laicato, è stata dichiarata la rottura di rapporti con la chiesa russa avviando le pratiche per istituire una chiesa autocefala. Non è chiaro se vi sarà una unione con la chiesa autocefala sorta nel dicembre 2018. E’ certo tuttavia che circa trenta milioni di fedeli in ottanta diocesi circa si separeranno dal patriarcato di Mosca.
La chiesa greco cattolica ucraina ha visto la presa di posizione dell’arcivescovo maggiore Svjatoslav Sevchuk che ha denunciato l’invasione del suolo ucraino da parte di un nemico fraudolento e ha invitato la popolazione a difendere la patria.
In tale quadro di conflitti che segnano anche la vita delle chiese la posizione del Papa Francesco si è articolata innanzitutto nel porre parole e gesti di verità; si è recato, con scelta inusuale personalmente all’Ambasciata russa presso la Santa Sede il 24 febbraio, giorno dell’aggressione, per chiedere spiegazioni e fare pressioni per fermare l’aggressione e il 6 marzo all’Angelus ha detto: “In Ucraina scorrono fiumi di sangue e lacrime: non è solo un’operazione militare ma una guerra che semina morte e miseria”. Ha cercato di mantenere aperti i fili del dialogo, parlando seppure a distanza con il patriarca Kyrill e invitandolo a non usare il linguaggio della politica ma quello del vangelo in questa tragica situazione di sofferenza: “Fratello, noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare vie di pace, far cessare il fuoco delle armi” (intervista al Corriere della sera 3 maggio 2022). Ha attivato le vie della solidarietà per tutte le persone che soffrono inviando due cardinali – Krajewski e Czerny - in Ucraina a portare aiuti umanitari e per organizzare la ospitalità dei rifugiati. Ha parlato della guerra come di una scelta di follia all’Angelus del 6 marzo ed ha invitato a perseguire le vie della diplomazia e della nonviolenza. Alla via crucis del venerdì santo la croce è stata portata da due donne, una ucraina e l’altra russa, amiche, in segno di preghiera per la riconciliazione sotto la croce. E’ stato questo un gesto con portata evangelica che ha visto reazioni non benevole in Ucraina.
Il presidente del Consiglio Ecumenico delle Chiese, il romeno Joan Sauca, si è appellato a Kyrill ma la risposta è stata quella di imputare le colpe della guerra all’occidente e alla NATO.
Una dichiarazione è stata sottoscritta da numerosi teologi russi e pubblicata il 13 marzo 2022, di critica e condanna della visione del ‘mondo russo’ definito fondamentalismo religioso ortodosso etnico, di carattere totalitario. Essi esprimono poi i cardini di una idea alternativa e diversa di fedeltà al vangelo affermando che il regno di Dio non può confondersi con alcun regno di questo mondo.
La questione che attraversa la vita delle chiese riguarda anche i temi della pace e della guerra. Innanzitutto si pone l’interrogativo sulla mancanza si vigilanza nel non aver coltivato prima dello scoppio della guerra una mentalità ed una teologia della pace seguendo le grandi intuizioni che dopo la seconda guerra mondiale e l’uso di armi devastanti e portatrici di morte per intere popolazioni e città, hanno portato ad evidenza come la guerra nell’epoca nucleare non può essere più ritenuta modalità per risolvere i conflitti. Da qui il superamento della teoria guerra giusta attuata da Giovanni XXIII nella Pacem in terris, dal Vaticano II in Gaudium et spes 77-78 e ripresa da Francesco a più riprese in particolare nel Messaggio per la pace del 1 gen 2017 e nell’enciclica Fratelli tutti. Si pone anche nelle chiese l’interrogativo di come favorire e proporre vie di uscita all’attuale conflitto sottraendosi ad assecondare mire di imperialismo da un lato divenendo chierici di stato, e dall’altro invitando a non perseguire una intransigenza nel destinata a perpetuare una realtà di morte e di dolore.
Sono questi interrogativi lancinanti del presente che segnano il dilemma che segna le coscienze e spingono a porre impegno ed energia alla istituzione di sedi internazionali forti e legittimate in cui si possano affrontare per vie diplomatiche le questioni relative e conflitti. D’altra parte si impone come Giorgio la Pira in tempi diversi ma analoghi indicava l’impossibilità della guerra e la necessità della pace. Si pone l’urgenza di considerare l’assurdità della guerra con il suo carico di lutti, distruzioni e sofferenze in un tempo che offre tanti strumenti per affrontare per vie nonviolente i conflitti sviluppando la creatività di forme che non cedano alcunché alla prepotenza del più forte, alla sopraffazione, all’ingiustizia e al crimine ma si pongano come autentica e decisa resistenza per vie alternative alle armi.

Alessandro Cortesi op
11 giugno 2022

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