DOMENICANI

Provincia Romana di S. Caterina da Siena

La pedagogia teologica del Beato Angelico

L’immensa omelia del Beato Angelico, preparata sulla sapienza dei santi – da Agostino, Tommaso d’Aquino, Caterina da Siena, Giovanni Dominici, Antonino Pierozzi, per esempio –, continua nel tempo a insegnare e a formare alla contemplazione dando frutti di santità. Da sant’Agostino ha imparato la speranza che dopo il peccato l’uomo, pur avendo perso la sua “Fortuna”, ha in sé l’imago Deii, per la quale è stato creato.

 

Ciò ci rimanda, ci ricorda Benedetto XVI, al mito riferito da Platone nel Simposio, dove Zeus dimezza l’uomo per la sua superbia, sicché gira anelante in un cammino di ricerca della sua metà per ritrovare la sua interezza; e la sua interezza, riscontrabile in Gn 2,24, sta nella profezia su Adamo, che nella sua ricerca (eros) abbandonerà padre e madre per trovare la donna. In una sola carne sta tutta l’interezza dell’umanità. Il matrimonio delle due metà “basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano”ii.

L’immagine di Dio dice soprattutto che esiste un solo Dio, Creatore del cielo e della terra, il Dio di tutti gli uomini; è un Dio – sintetizziamo il pensiero di Benedetto XVI – che ama l’uomo in modo personale ed elettivo. Egli ama di quell’amore che lo Pseudo Dionigi Areopagita chiama indistintamente eros e agape (cfr. De divinis nominibus, IV, 13). L’eros di Dio per l’uomo è insieme totalmente agape, sia perché si dona gratuitamente, ma anche perché è amore che perdona. “In questo modo l’eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l’agapeiiiSi può comprendere per il Beato Angelico questa forza interiore, come un istinto nel predicare e raccomandare a sé e agli altri che “esiste una unificazione dell’uomo con Dio – il sogno originario –, ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell’oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi – Dio e l’uomo – restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola”iv.

beato-angelico1Sia chiaro, però, che la pittura angelichiana predica che la salvezza è possibile se l’uomo si riconosce peccatore (è il cognoscimento di sé cateriniano)v. L’imago Dei definisce la più alta qualità dell’umano, è la ratio per eccellenza, la ragione d’essere d’ogni esistenza umana, la sua permanenza dopo il peccato costituisce proprio ciò che può far sperare al credente una salvezza finale. Il Volto dei Volti è questa immagine rigenerante, e il Beato Angelico la predica in ogni momento, in ogni luogo, in ogni pennellata. Questa immagine persiste nell’uomo, è la Via della salvezza, è il Ponte cateriniano che lega la terra al Cielo. La buona strada sarà allora il cammino in vista dell’immagine, in vista del suo riconoscimento e della sua intera restaurazione nell’umano adimaginem Dei. “È un movimento dialettico per eccellenza: tesi dell’imago, antitesi della dissimilitudo e sintesi temporalizzata – di una temporalità anagogica di attesa, di desiderio di aspirazione – che si esprime con le parole ad imaginemviCosì per san Tommaso d’Aquino – come per il Beato Angelico – l’immagine come tale non definisce un aspetto, tanto meno una storia, ma è nel punto più elevato dell’anima, là dove c’è possibilità di conoscere e amare Dio. Amare e conoscere che saranno in ogni caso sempre difettosi, insufficienti.Nella lettera enciclica si legge, infatti: “Rimane una duplice domanda circa il nostro atteggiamento: è veramente possibile amare Dio pur non vedendolo? E l’amore si può comandare? Contro il duplice comandamento dell’amore esiste la duplice obiezione, che risuona in queste domande. Nessuno ha mai visto Dio – come potremmo amarlo”viiE siccome la carità è la prima verità, come potremmo, quindi, conoscere Dio veramente?

beato-angelico3L’uomo è impossibilitato a una piena conoscenza del divino dovuta a una distruzione e a una permanenza che san Tommaso definisce vestigium, il c’è e non c’è, la rovina, il vestigio appunto che denota un’impronta, una traccia sul terreno che attesta un passaggio, una presenza. “In effetti, nessuno ha mai visto Dio così come Egli è in se stesso. E tuttavia Dio non è per noi totalmente invisibile, non è rimasto per noi semplicemente inaccessibile” viiiOra, questa coscienza dell’arte il Beato Angelico l’aveva chiara: non procede per mezzo di immagine, ma per mezzo di vestigio. Come non si può conoscere pienamente Dio, scrive san Tommaso, così il pittore non può produrre l’Essere da vedere, dipingere la storia di Cristo. Il mondo dell’arte deve accettare la sua miseria, quella di produrre un’estetica del vestigio. Questo fatto è d’altronde la forza dell’arte: il sapere d’imperfezione mi eleva al di sopra di essa.

La pittura dell’Angelico, se da una parte ha lo scopo contemplativo, dall’altra è prettamente pedagogica, in quanto l’uomo deve prendere coscienza del suo limite, di camminare appunto nell’immagine. In questo modo l’estetica del vestigio, se ispirata di acquistare una dimensione anagogica, di acquistare una virtù, di desiderare l’inaccessibile immagine, ha qualche possibilità. Il finis sive terminus, predicato da san Tommaso nella sua questio teologicaix, è “l’immagine a somiglianza di Dio dell’uomo”, indica che l’estetica è imperfetta, ha un suo impossibile oggetto, ha l’inattitudine dei suoi mezzi. Tutto ciò implicava all’Angelico un’umiltà pittorica di sapore tomista. La figura del divino è nella pittura l’infigurabile – esce da se stessa – divenendo così autenticamente figura di un Mistero, l’ineffabile, l’immaginabile; è la iconoteologia negativa, che agita tutta questa concezione della figurax.

L’Angelico, con questa chiara e intima coscienza del limite dell’arte, dovuta all’impossibilità stessa della natura umana, ha avuto un chiaro intento, cioè “quello di avvicinare Cristo all’Uomo, affinché contemplandone il Volto ne riconosca l’unicità inconfondibile. Un Volto che emerge sui volti provvisori e troppo spesso deludenti che invadono, fino a soggiogarla, la nostra vita. Un Volto nel Quale l’uomo può riconoscere il senso del proprio dolore e del suo bisogno d’Amore, la superabilità delle proprie paure e le motivazioni di una speranza trascendente. Un Volto che, fermatosi, secondo la natura umana, nel grembo della Vergine Santissima, traccia il percorso di una teologia estetica che prelude e introduce al più compiuto ed esauriente discorso su Dio”xi.

fr. Alberto Viganò, O.P.


Note all'articolo

i Cfr. Deus caritas est, 9.

ii Ibid., 11.

iii Ibid., 10. Cfr. G. Marches, p. 49.

iv Ibidem.

v “[Nel cognoscimento di sé l’uomo] cognosce la sua miseria; perocché ha veduto con l’occhio dell’intelletto i difetti suoi e sé non essere: e hallo veduto la verità. E quando l’uomo cognosce sé. e’ cognosce la bontà di Dio in sé. Perocché se cognoscesse solamente sé, e volesse cognoscere Dio senza sé, non sarebbe cognoscimento fondato nella verità”, Lettera, 51.

vi G. Didi-Huberman, p. 53.

vii Deus caritas est, 16.

viii Ibid., 17.

ix Summa Theologiae, I, q. 93, 1.

x “Le figure dissimili sono fatte per transitare dal visibile all’aldilà di ogni visibile, e dal sensibile all’aldilà di ogni intelligibile”: G. Didi-Huberman, p. 57.

xi F. Angelini, Presentazione, in Il Volto dei Volti. Ricerca interdisciplinare, p. 11.

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