DOMENICANI

Provincia Romana di S. Caterina da Siena

“L’apertura della porta del Cielo”

Uno degli effetti della Passione di Cristo secondo 

san Tommaso d’Aquino
(S. Th. III, q. 49, a. 5)

Nella questione 49 all’articolo 5 della III parte della Summa Theologiae, s. Tommaso illustra gli effetti della Passione di Cristo, proponendo così un approfondimento dell’efficacia della Passione per comprendere meglio la modalità in cui tale efficacia salvifica della Passione coinvolge i suoi beneficiari. Tommaso presenta gli effetti della Passione facendo ricorso a tre nozioni fondamentali: 1) la “liberazione” o “redenzione” dal peccato, dal demonio e dal castigo; 2) la “riconciliazione” con Dio; 3) l’ “l’apertura della porta del Cielo”.

Cosa si intende per “apertura della porta del Cielo”? Già nel Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo, s. Tommaso aveva affrontato il tema nella 18a distinzione, a proposito degli effetti della Passione di Cristo sull’umanità (efficacia universale della Passione):

«Cristo, nell’adempiere la soddisfazione, ci aprì la porta. Ma adempì la soddisfazione con la Passione. Quindi, con la Passione ci meritò l’apertura della porta» (In III Sent., d. 18, a. 6, qc. 3, sc).

S. Tommaso innanzitutto osserva che: 

«[…] come la chiusura di una porta è un ostacolo che impedisce l’ingresso in una casa, così per similitudinem si dice che la porta del Paradiso è chiusa, dal momento che c’è qualche ostacolo che impedisce l’ingresso in Paradiso. Questo ostacolo può essere duplice: ex parte personae, vale a dire il peccato attuale; ex parte naturae, vale a dire il peccato originale. Il primo tipo di ostacolo non è comune a tutti, ma solamente ai peccatori; viceversa, il secondo ostacolo è comune a tutti; e proprio questo impedimento non può essere eliminato se non per mezzo di colui che può agire in totam naturam, cioè Cristo: perciò egli stesso ci meritò sotto questo aspetto l’apertura della porta, che era stata chiusa a tutta la natura umana, viziata per il peccato del primo uomo» (In III Sent., d. 18, a. 6, qc. 2, sol. 2).

L’espressione “apertura della porta del Cielo” è dunque una metafora, assunta per descrivere meglio l’ostacolo che impedisce agli uomini di entrare nel Regno celeste: il peccato. Questo ostacolo è duplice: il peccato comune alla natura umana (peccatum originale); e il peccato personale, proprio cioè ad ogni persona, effetto delle sue azioni personali (peccatum actuale). Solamente Cristo ha potuto meritarci l’apertura della porta, perché per il mistero della sua Passione la natura umana ha acquistato nuovamente l’idoneità a poter entrare in cielo. 

Nella Summa Theologiae il Dottore Angelico spiega la modalità con la quale siamo liberati dalle due specie di peccati: comunicando alla Passione di Cristo, attraverso la fede, la carità e i sacramenti:

«Da qui le parole di Paolo [Eb 9, 11-12]: “Cristo, venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna» (S. Th. III, q. 49, a. 5, resp.).

Ma che cosa intende s. Tommaso con l’espressione « regnum caeleste»? Ancora una volta dobbiamo ricorrere al suo Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo:

«Alla prima obiezione, rispondo che il Paradiso è duplice: celeste, cioè la visione stessa di Dio ; e terrestre. Ma a causa del peccato del primo uomo la porta del Paradiso terrestre fu chiusa come segno che alla natura umana veniva chiusa la porta del Paradiso celeste. Per cui Enoch e Elia, sebbene siano entrati nel Paradiso terreste prima della Passione, non sono entrati nel Paradiso celeste, della cui porta qui si parla » (In III Sent. d. 18, a. 6, qc. 2, sol. 2, 1m).

S. Tommaso distingue tra Paradiso terrestre e Paradiso celeste, che è la « beata visio Dei », la visione beatifica dell’essenza di Dio. In merito all’ingresso di Enoch (Gn 5, 21-24) e di Elia (2Re 2, 11-12) nel cielo, se nel Commento alle Sentenze l’Aquinate ritiene che essi siano entrati nel cielo aereo e non nel cielo empireo, la sede dei santi, nella Summa Theologiae invece afferma il contrario, prova che su questo tema la sua riflessione aveva subito un certo sviluppo:

«Sebbene, come si dice, ora Enoch ed Elia abitino in Paradiso» (S. Th. Ia, q. 102, a. 2, ad 2m).

luciano cinellifr. Luciano Cinelli, O.P.Nella Summa Theologiae il «regnum caeleste» è utilizzato per indicare il « paradisum caeleste », cioè la «visio Dei»: se i giusti dell’Antico Testamento, prima della Passione di Cristo, non potevano entrare nel regno celeste, sebbene fossero esenti dai peccati personali in virtù della loro fede in Cristo, dopo la salita di Cristo dagli inferi e la loro successiva liberazione dal peccato originale, che aveva colpito tutto il genere umano, essi poterono godere della visione beatifica.
All’obiezione secondo cui i patriarchi dell’Antico Testamento avrebbero potuto anch’essi essere ammessi nel « regnum caeleste » anche senza la Passione di Cristo, dal momento che erano giusti, Tommaso risponde che la fede e la giustizia personali non furono sufficienti, perché incapaci da se stesse di eliminare l’ostacolo dovuto al delitto di Adamo, causa della punizione dell’intero genere umano:

«Tuttavia la loro fede o la loro giustizia personale non bastarono a eliminare l’ostacolo rappresentato dall’obbligo alla pena dell’intero genere umano » (S.Th. IIIa, q. 49, ad 1m).

La seconda obiezione parte da un principio metafisico, per cui l’effetto non può precedere la causa: dal momento che Elia fu elevato in cielo, la porta del cielo doveva essere già aperta, e, quindi, non la passione di Cristo non fu la causa di questa apertura. Per rispondere a questa obiezione, Tommaso ricorre alla distinzione fra cielo empireo, sede dei beati, e cielo aereo.
La terza obiezione riguarda l’apertura del cielo al momento del battesimo di Cristo: se il battesimo precede la Passione, allora non ci sarebbe stato bisogno della Passione per aprire la porta del cielo. A proposito del battesimo di Gesù, san Tommaso osserva che l’apertura dei cieli ha una valenza simbolica, che rinvia alla realtà intima di Cristo, ma anche agli effetti di questa apertura sull’umanità: i cieli si sono aperti per i battezzati a causa del battesimo di Cristo, che riceve la sua efficacia dalla sua Passione. Nel Commento alle Sentenze, san Tommaso ritiene che il dono effettivo della salvezza, cioè la grazia, esige un’apertura a Dio e a Cristo attraverso la fede, la carità e le buone opere. Una volta eliminato il peccato originale, ostacolo all’universalità della salvezza, si dischiude il cammino verso la piena comunione con Cristo:

«Aprire la porta del Regno celeste non è altro che eliminare l’ostacolo che impediva alla natura umana tutta intera di accedervi. Parlando in modo assoluto, questo ostacolo fu tolto per tutti quanti in modo sufficiente grazie alla Passione di Cristo. Ma questa soppressione dell’ostacolo diventa effettiva per una persona particolare quando diventa partecipe della Passione di Cristo con il battesimo. In tal modo il battesimo apre la porta del regno celeste per questa persona, mentre la Passione è causa soddisfacente per tutti » (In IV Sent. d. 4, q. 2, a. 2, qc. 6, sol. 6).

L’ultima obiezione mette in rapporto l’Ascensione con l’apertura della porta del cielo. Partendo dalla citazione tratta dal profeta Michea (Mi 2, 13): “Colui che apre la breccia, li precederà”, l’obiezione sembra scartare la Passione come causa dell’apertura della porta del cielo, sostituendola con l’Ascensione. S. Tommaso coglie l’occasione per precisare il ruolo rispettivo della Passione e dell’Ascensione: se attraverso la prima Cristo ci ha meritato l’accesso al regno, tramite la seconda siamo messi in grado di entrare in possesso del regno ed è in questo senso che va interpretato il versetto del profeta Michea.

La Passione di Cristo ha come effetto principale la liberazione dai peccati, ma questa «remissio peccatorum» è innanzitutto frutto della carità, essendo la riconciliazione il ristabilimento del legame di amicizia con Dio. In quanto unico Mediatore, Cristo ci ha ottenuto da Dio di essere ammessi nell’intimità della visione della sua essenza, di accedere all’intimità divina. Tuttavia, questa “riconciliazione” oggettiva implica l’impegno dell’uomo redento, che si realizza attraverso una “risposta” personale, nella collaborazione con la grazia, acquisita attraverso l’atto salvifico di Cristo. Questo atto salvifico ha tre effetti: la liberazione dal peccato, la liberazione dal demonio, la liberazione dal castigo, ma permette anche di accedere alla patria celeste, con l’apertura della porta del Cielo. Prima della Passione di Cristo nessuno poteva entrare nel Regno celeste. In seguito, con la Passione, in virtù della nostra partecipazione alla Passione di Cristo tramite il battesimo, riceviamo la grazia delle virtù e dei doni che ci rende atti a entrare nel Regno, a patto che restiamo fedeli a questa grazia o che, se l’abbiamo persa peccando gravemente, l’abbiamo recuperata mediante un vero pentimento e il perdono di Dio nel sacramento della penitenza.

fr. Luciano Cinelli, O.P.

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