DOMENICANI

Provincia Romana di S. Caterina da Siena

RIVESTIRSI DI DOMENICO PER RIVESTIRSI DEL SIGNORE GESU'

Pochi giorni prima della mia partenza da Roma per il noviziato a Napoli facevo una visita a Santa Maria sopra Minerva per un breve saluto ai fratelli.

Passeggiando nel chiostro, fui colpito da un’iscrizione su una lapide a cui prima non avevo mai fatto caso:Induite Dominicum ut induatis Dominum Iesum Christum”:

Rivestitevi di Domenico, per rivestirvi del Signore Gesù Cristo”.

Ora, posso dire che questa frase è anche il titolo del mio noviziato.

Perché, col noviziato, si comincia ad indossare l’abito bianco “di Domenico” e, così, si comincia, man mano, “ad indossare” Domenico”: “a rivestirsi” di Domenico. Oppure, detto in termini più chiari e giuridici: Il noviziato è il periodo di prova appositamente istituito perché i novizi conoscano più profondamente la vocazione divina e particolarmente quella domenicana; sperimentino la vita dellOrdine, si formino con la mente e con il cuore nello spirito domenicano []. (LCO, 177).

Dato che il noviziato è anche, in un certo senso, “la porta d’ingresso” nella vita religiosa, l’inizio della vita religiosa sia in senso cronologico che in senso formativo, non sorprende che questo periodo consista in lezioni e studio personale sulla storia dell’Ordine e della vita di San Domenico e dei grandi e illustri personaggi che sono vissuti nell’Ordine Domenicano fino ad oggi; per conoscere, sempre meglio, colui del quale ci siamo rivestiti e per seguire, così, Gesù Cristo sulla strada che San Domenico ha percorso e preparato.

Un’altra parte fondamentale del noviziato, oltre alla formazione, sono il silenzio e la preghiera!

Con ciò si ha l’opportunità di non conoscere “soltanto” Domenico, ma anche e soprattutto Gesù e la sua volontà per noi: di verificare la realtà della chiamata e della sua ispirazione dall’Alto.

In un mondo così veloce; pieno di parole e chiasso che impedisce qualsiasi momento di raccoglimento e riflessione, i vari tempi di silenzio, durante la giornata, permettono di coltivare una cultura della preghiera intensa e favoriscono l’ascolto della Parola di Dio.

Il buon domenicano, in quanto portatore della Parola di vita, deve, prima di tutto, vivere in intimità con la Parola stessa, per poi metterla in pratica, e deve imparare – seguendo le orme di Domenico - a bere dalla sorgente della Sacra Scrittura; perché non abbiamo nessun altro “segreto” che quello del Vangelo.

Un’espressione del Beato Umberto de Romans (quinto Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori) dice che “la vita di preghiera ci spinge ad uscire allaperto”: alla predicazione, all’apostolato. Certo che, in quanto novizi, le varie possibilità per la predicazione sono ancora limitate, anche se l'amore del Cristo ci spinge” (2 Cor 5,14). Ma, mettendo in atto quello che si medita nella preghiera (di cui ho parlato prima) si esce – spesso - a sfamare i bisognosi nella città di Napoli, mettendoci a servizio della carità di Cristo.

Induite Dominicum ut induatis Dominum Iesum Christum”: il nostro fondatore Domenico non ci ha lasciato nessuno scritto; nessun’opera devozionale o un trattato di teologia;

ci ha regalato, però, il Libro delle Costituzioni (anche se, ad essere precisi, non sono state scritte neanche quelle direttamente dalla sua mano), il modo di vivere la chiamata di Dio secondo lo stile di vita del suo Ordine e ci ha cucito un abito: segno della nuova dignità che ci riveste, “su misura” e pienamente, del nostro Signore Gesù Cristo.

Daniel Zucker

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